Perché in nazionale non ci sono più i fuoriclasse di livello mondiale come in passato?

È un mio sospetto o qualcosa negli ultimi anni è cambiato? Si possono fare delle riflessioni a riguardo?
Talento, classe. Possiamo provare a fare dei ragionamenti, delle ipotesi, e cercare di capire meglio il nostro presente. La nostra società.
Pensiamo ad esempio ai cambiamenti più importanti che ci sono stati. Aspetti culturali e psicologici.

Il primo cambiamento che viene in mente a me, non so a voi, è rappresentato dall’utilizzo dell’automobile. Direte, che cavolo c’entra ora l’automobile con il calcio? Niente, è solo una premessa. Un passo alla volta.
Con il moltiplicarsi delle auto sono aumentati di molto anche i rischi nel far giocare i bambini in strada. Difficilmente oggi un genitore lascia un figlio libero senza una sorveglianza. Preferisce accompagnarlo e controllarlo al parco o meglio ancora iscriverlo presso qualche società sportiva della zona.

Il gioco in strada. Le piazzette. I campetti. Giocare su terreni irregolari. Asfalto, cemento, erbacce. Tutti con una maglietta diversa. Ginocchia sanguinanti e brecciolino.
Più auto e più pericoli.
“Andiamo alla scuola calcio, che c’è il mister e ci pensa lui!”
Basta pagare.

Ma come funziona (di solito) una scuola calcio in Italia?
Ecco. Questo ci interessa. Quanti di voi sono a conoscenza delle modalità con cui sono reclutati questi “mister” del settore giovanile?

Parlo della mia esperienza: osservando diverse scuole calcio, di cui non riporto il nome per correttezza, ho notato tante volte le stesse problematiche. Prima di tutto, personale impreparato. Fuori contesto. Qualche volta ho avuto a che fare con dei carabinieri. Sì, quelli dell’arma. Poi, qualcuno in pensione, qualcuno con i pomeriggi liberi. Tipo il postino. Vagonate di bambini in mano a volontari, nulla più. Il professionista costa e il laureato in Scienze Motorie, spesso un ragazzo alle prime armi, pur mettendoci passione, entusiasmo e ore di studio, il più delle volte viene risucchiato in una specie di vortice depressivo in cui o si accontenta di 300 euro al mese o molla tutto e finisce con il fare tutt’altro.
Il calcio è bello da professionisti, altrimenti è solo volontariato. E per carità, va anche bene, perché è la passione che muove tutto. Ma se per ovvie ragioni economiche devi fare un altro lavoro è normale che studio, tempo e competenze vadano a scemare.

Parliamo degli allenamenti di questi bambini. Elemento fondamentale. Troppe regole. Troppe file. Troppe attese. Troppe…
Non è ammissibile che un bambino per calciare in porta debba stare in fila 2-3 minuti tutte le sante volte. È assurdo!
Lasciateli liberi di correre!
Non ho visto un solo allenamento in cui gli allenatori (volontari) non ricorrevano a questo stratagemma delle file, per tenere a bada l’enorme mole di bambini. Gruppi numerosi e pochi volontari. Il resto è conseguenza. Qui va detto che non è nemmeno incompetenza, ma sopravvivenza. Una sola persona con 30 e più bambini maschi che alla sola vista del pallone vanno via fuori di testa.
Li ammiro!

Risultato? Allenamenti blandi, scarsi. Un’ora di calcio e quanti palloni toccati? Quanta tecnica? Quanto lavoro? Poco. Pochissimo.
A maggior ragione, se tutto ciò viene confrontato ai lunghissimi pomeriggi di un tempo, a quelle partite infinite, in cui i bambini potevano provare e sperimentare, su terreni eterogenei, senza regole, senza pettorine. Liberi.
Quindi, le scuole calcio sono il male? Ovvio che no. Ci arriviamo.

Piccola parentesi: la scuola elementare in primis non prevede ancora oggi la figura fissa dell’insegnante di Educazione Fisica, la quale è sostituita da uno dei vari maestri. Non ci sono laureati in Scienze Motorie a scuola, salvo progetti mensili del Coni. Con paghe ridicole.

Al discorso sociale, possiamo ricollegare una questione più psicologica.
Il bambino in strada era libero. Si sentiva libero. Non era osservato da un adulto, da un allenatore, da una specie di insegnante. Come a scuola.
Era libero di provare, di sbagliare. Di fare cose insensate. Nessuno gli avrebbe mai detto niente, tranne forse qualche amichetto più bravo.
Libero di dribblare, tirare, rovesciare. Osare. Avrebbe capito lui, da solo, cosa poteva fare e cosa invece no.
Oggi è sempre sotto esame. A scuola, a casa, poi al calcio. Continuamente sotto “stress”. Sembra quasi sia un dovere andare al campo. Della libertà, non ne parliamo nemmeno.
“Vai lì, fai questo, stai qua, aspetta, parti, ciao!”
Ordini su ordini. Piccoli robot. Devi fare così, non devi fare così.
La scuola calcio è importante e nessuno lo nega. Figuriamoci. Ma va fatta bene. E possibilmente sempre in concomitanza al gioco libero. Non tutte le scuole calcio sono organizzate così male ovviamente. Ci mancherebbe. Ma posso assicurarvi che per buona parte di esse funziona così. Che sia in paese o in città. Bambini in sovrannumero, volontari, laureati sviliti, risparmio. C’è poco da girarci intorno.

Se prima un bambino “toccava” il pallone mille volte al giorno, ora a malapena arriva a cento volte in una settimana. E la tecnica, la creatività, la fantasia sono le prime qualità a chiedere il conto.

Nel discorso sociale rientra naturalmente la maggior importanza che riveste oggi lo studio. E questo di certo non può essere un problema. Semmai bisogna ragionare su alcuni equilibri tra studio e gioco, quanto meno in età precoce.
C’è la tecnologia, poi, che non va dimenticata. I videogiochi. Molti genitori apprensivi preferiscono tenere i loro bambini in casa. C’è poi la dipendenza che essa stessa crea. Questo punto merita un articolo a parte.
Tutte ore sottratte al movimento. Al gioco.

Infine, c’è tutto un discorso culturale che non possiamo ignorare. Non possiamo far finta di niente.
L’importanza della vittoria! Diciamo anche ossessione. Già durante le partite dei più piccoli, siamo sotto i 10 anni, possiamo assistere a uno spettacolo indegno da parte di alcuni genitori fuori di testa che urlano di tutto dalle tribune. Fatevi curare!
Nel periodo adolescenziale, poi, sempre in nome della vittoria, molti allenatori preferiscono far giocare i ragazzi con più fisico (più avanti nello sviluppo) sfavorendo quei ragazzini ancora un po’ “bambini”, magari (in alcuni casi) con un tasso tecnico maggiore. In realtà, spesso questi allenatori sono costretti.

Insomma, tornando al punto di partenza, qualcosa negli ultimi anni è cambiato? Si possono fare delle riflessioni?
Qualche spunto io ho provato ad offrirvelo. Sono ipotesi. Non tutte mie. Questa “evoluzione sociale” è oggetto di discussione presso le Università e le facoltà di Scienze Motorie.

Ora, voglio riportarvi una mia personale esperienza.
Ho lavorato per un periodo come preparatore atletico presso un circolo tennis della mia zona. Marche. I maestri si occupavano della tecnica e di tutto ciò che riguardava il gioco del tennis, mentre io dovevo intervenire in modo complementare per correggere difetti coordinativi, squilibri, mancanza di tono (per i meno giovani) ecc.
La prima cosa che ho notato, poi confermata nel tempo, è che quei bambini e quei ragazzi non avevano un minimo di coordinazione. Zero. Anche quelli più bravi a giocare. Incapaci di saltare più cerchi in successione senza perdere l’equilibrio. Di correre e cambiare direzione senza “smarrirsi”. Erano completamente scoordinati.
I vari schemi motori di base, come correre, saltare, ecc., sono fondamentali per poter sviluppare poi tutte le altre capacità motorie. Fanno letteralmente da fondamenta.
Trovarmi di fronte a dei ragazzi così disorientati da semplici esercizi coordinativi, in un primo momento mi ha un po’ demoralizzato. E sorpreso. Parlando con i maestri, quindi, abbiamo provato a correggere più di qualcosa. Sapete qual è stato il risultato? Alcuni genitori si sono lamentati e hanno richiesto espressamente di saltare la parte dell’allenamento dedicata alla coordinazione, all’equilibrio, ecc., perché (dicevano) contava solo giocare con la racchetta.
Ho lasciato perdere il tennis.

Potrei continuare ancora per molte pagine. Ma chiudo qui. Un consiglio? Fate divertire i bambini! Fateli correre, giocare. Cadere. Sanguinare. Incoraggiateli.
Il calcio, come tanti altri sport, come l’arte, la musica, necessita prima di tutto di libertà!

2 risposte a "Perché in nazionale non ci sono più i fuoriclasse di livello mondiale come in passato?"

  1. Sì, è un trattato sociologico questo! Però è vero.
    Se mi permetti di aggiungere: l’ignoranza dei genitori, che in parte si collega al tuo discorso sull’obbligo di vincere. Abbiamo creato una società in cui se non arrivi primo non sei nessuno. Questo comporta rivalità agguerrita che sfocia in odio e purtroppo parte dai genitori, ai figli resta solo l’emulazione.
    Per di più se non vinci inizi a girare nel vortice per cui ti senti poco in grado, inadatto. Ma non è una sconfitta a dire che non ce la farai.

    Grazie dell’articolo e continua così.

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  2. Ciao, lo leggo solo adesso questo tuo blog e in particolare mi sono soffermato su quanto scritto in merito alla carenza/assenza di fuoriclasse. Sono d’accordo, lo spunto che hai suggerito ricalca a grandi linee quanto osservavo io stesso con alcuni amici. Io faccio parte dell’ultima generazione che ha calcato cortili e strade adattate a campi di calcio, ma anche canestri costruiti artigianalmente per il basket in mancanza di playground adeguati. Oggi quei playground ci sono, campetti di calcetto o comunque zone franche dai pericoli di una partita per strada ci sono, ma incredibilmente manca chi debba fruirne. Vedo nascere campetti che rimangono vuoti e desolati, come cattedrali nel deserto. Avremmo fatto messe scalze noi ragazzi dell’80 per tanta abbondanza, oggi la deriva sociale è questa. Non abbiamo fuoriclasse nel calcio, non abbiamo eccellenze nel basket, semplicemente non abbiamo più bambini che giochino

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